Sembrava una felicità | Jenny Offill

sembrava una felicità jenny offill recensione

Ho letto Sembrava una felicità di Jenny Offill perché proposto da James Wood in Come funzionano i romanzi, come esempio di romanzo radicalmente contemporaneo, sperimentale nella forma.

Solo sfogliandolo si può intuire la sua originalità, si compone infatti di brevi capoversi di narrazione in prima persona (lunghi massimo una decina di righe) e citazioni di scienziati, poeti e filosofi su vari temi (ma principalmente sul tempo -che passa- e le relazioni personali).

Diventare un mostro d’arte (e fallire)

In Sembrava una felicità non esiste una trama come viene intesa classicamente, c’è un personaggio che si esprime in forma discontinua raccontando episodi e riflessioni della sua vita. Emerge una donna scissa e ricca di contraddizioni. La narrazione quindi non è lineare, il romanzo si evolve in frammenti narrativi che compongono un quadro di un’esistenza, il lettore dà un’occhiata alle giornate di questa persona. Ha una visione d’insieme che allo stesso tempo si concentra su dettagli molto specifici. Il personaggio ha una profonda consapevolezza di sé, a volte usa un modo di descriversi per sottrazione.

“Tre cose che nessuno ha mai detto di me:

Sei molto misteriosa.

Rendi tutto così facile.

Devi prenderti più sul serio”

Non esiste una trama, c’è però una storia che è quella di una donna che da giovanissima vuole diventare un “mostro d’arte”, concentrarsi solo sulla sua scrittura. Il mostro d’arte in divenire però si innamora, si sposa, ha una figlia e si scontra con le incombenze della realtà che inevitabilmente la allontanano dalla scrittura. I temi dei frammenti sono principalmente due: l’ambizione artistica (frustrata) e la relazione amorosa con il marito. Questi argomenti sono intrecciati e nella vita della protagonista hanno delle conseguenze: non è diventata un mostro d’arte perché si è sposata (e viceversa).

Il tempo passa e qualcuno le fa notare che “tic tac” il suo secondo romanzo non si è ancora visto. Il tempo passa e lei non è diventata un mostro d’arte. Moltissimi frammenti riflettono sul tempo che è limitato e sulla difficile decisione su come riempirlo. L’ansia di sprecarlo e l’ambizione sono una spina nel fianco.

Coltivare una relazione amorosa (e fallire)

Al Capitolo 22 il narratore si trasforma in terza persona in coincidenza con il tradimento del marito e lo sgretolarsi di quel matrimonio a cui lei ha sacrificato così tanto. La protagonista viene chiamata “moglie” proprio quando il suo ruolo vacilla, ci si aggrappa rivendicando il termine (lo stesso con “marito” che forse a breve non sarà più tale).

“Nota a margine: se la moglie d’un tratto non fosse più moglie, come si chiamerebbe? La storia andrà riscritta? C’è un tempo fra l’essere moglie e l’essere divorziata, ma nessuna parola per dirlo.”

Allora se non c’è nessuna parola, si cambia narratore. È sempre lei a parlare, ma con la consapevolezza di essere un personaggio diverso.

In questa parte di Sembrava una felicità, la voce cerca giustificazioni e prove di questo dolore tradimento nella scienza (soprattutto nell’evoluzione) nella filosofia, è sperduta, cita i poeti tira avanti a forza delle loro illuminazioni.

Anche lei stessa ha delle illuminazioni, sono fulminanti e argute. Il gusto per la citazione, per le brevi frasi ricche di significato, per giochi di parole che nascondono altro, per le battute d’effetto scorre per tutto il romanzo. Lasciano le cose in sospeso.

Nel senso di smarrimento successivo al tradimento c’è il gioco di chi è la colpa, riaffiora il pentimento per aver abbandonato la vita artistica, il peso nel crescere una bambina. C’è tanta amarezza e tenerezza, il dolore di una donna innamorata e ferita. Qualcuno è diventato un mostro, ma non d’arte.

Alla fine qualcosa tra marito e moglie si ricuce, è come una fatica ripagata (anche per me che ho solo letto, la catarsi). Lo si capisce perché nell’ultimo capitolo si ritorna all’io, tu, voi, mio e tuo.

Nella sua recensione di Sembrava una felicità James Wood lo ha definito “un romanzo felicemente riuscito sulla difficoltà di scrivere un romanzo felicemente riuscito”, a me ha ricordato i diari di Sylvia Plath, le sue riflessioni sulla vita domestica che si scontra con l’aspirazione poetica. Uno scontro che a volte ti fa odiare il tuo compagno di vita che ti ha rinchiusa in un ruolo. Condividono il destino di chi vuole diventare un mostro d’arte ma non è un uomo.

Articoli consigliati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *