Max e il vestito color zafferano | Sylvia Plath

Max e il vestito color zafferano sylvia plath recensione

Max e il vestito color zafferano è una delle poche storie per bambini che Sylvia Plath ha scritto per i suoi figli, e che loro stessi hanno pubblicato molti anni dopo la sua morte. In italiano è edita da Mondadori nella collana “Junior -8” e al momento è fuori catalogo, il libro l’ho trovato su Vinted e l’ho comprato alla velocità della luce (ho una ricerca salvata sulla parola chiave “sylvia plath” così vedo subito se viene caricato qualcosa di nuovo, non so se rende l’idea della mia ossessione per lei). Curiosa di scoprire come una delle scrittrici che più mi hanno colpito nella mia storia di letture si sia confrontata con la letteratura per l’infanzia.

Max e il vestito color zafferano, Sylvia Plath Mondadori, 2004

Il mondo dei grandi vs il mondo dei piccoli

Max ha sette fratelli più grandi che indossano tutti un completo come si deve, fatto di giacca e pantaloni. Anche lui vorrebbe tanto un vestito così, da adulto, e andarsene in giro per il paese con aria rispettabile. Quando un completo giallo e peloso viene consegnato a casa sua senza destinatario spera proprio di tenerlo per sé. Ma il vestito è troppo grande, va a pennello al papà che però… si vergogna di andare al lavoro in un vestito così giallo. Allora lo lascia al figlio maggiore che allo stesso modo teme di far ridere i suoi compagni di scuola. Il vestito passa di fratello in fratello, ognuno con i suoi dubbi sull’uscire di casa conciato in quel modo, grazie agli aggiustamenti da sarta della mamma che lo rimpiccioliscono sempre di più. L’abito color zafferano arriva finalmente a Max che lo sfoggia come la cosa più preziosa del mondo.

Max e il vestito color zafferano è un storia di grandi e piccoli. Di piccoli che vogliono diventare grandi in fretta e fare le cose che sono riservate solo a loro come indossare un vero completo. E di grandi che si comportano da piccoli, o forse, meglio, da immaturi che si vergognano delle cose che piacciono loro e hanno paura del giudizio esterno. Max è così piccolo che non serve chiamarlo con il suo nome intero (Massimiliano) eppure si comporta come un grande. Ci fa vedere a cosa aspirare sia da grandi che da piccoli: essere spontanei, avventurosi, stravaganti e senza preoccuparsi dei pensieri degli altri. Forse è proprio il messaggio che Sylvia Plath voleva lasciare ai suoi figli come testamento: lo spirito anticonformista dell’infanzia, da mantenere sempre anche da adulti dove le convenzioni sociali ti soffocano come sotto La campana di vetro.

La poesia e i bambini

A livello formale in Max e il vestito color zafferano si sente la poetessa che è stata Sylvia Plath. Il linguaggio di questa storia ha molti elementi in comune con la poesia per bambini (e non): ha una struttura che si basa su ripetizioni, ha un ritmo che si impara a conoscere mano a mano che la storia procede. Lo sguardo poetico poi si nota nelle descrizioni fatte con tutti e cinque i sensi, immedesimandosi in quelli di un bambino. Inoltre c’è un evidente lavoro sulla contrapposizione tra il concetto di grande e di piccolo.

In questo senso le ripetizioni sono uno schema che aiuta i bambini e le bambine a entrare dentro la narrazione e rendono Max e il vestito color zafferano un libro piacevole, adatto alle prime letture e a giocare anche insieme ai grandi. Da rintracciare nelle nostre biblioteche di quartiere.

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